Roomspotting / Parte II

Una stiva morta, il pavimento scivoloso. Non vedo pareti né porte. Da qualche parte una banda di ratti si sta saziando con sostanze frolle. Forse budella. Forse il mio cervello che va in poltiglia. Il rumore delle loro fauci non mi esce dalle orecchie, vibra nei timpani e cola dentro, pece appiccicosa.

Dov’è Mohammed? Dov’è il cadavere che cammina? Non avverto la sua presenza, le onde beta sprigionate dal suo spirito, condannato alla prigionia tra oltre duecento camere di viale Bligny 42 e i suoi anfratti. Mohammed mi aveva guardato negli occhi solo pochi istanti prima, doveva dirmi qualcosa, invece la sua sagoma si confuse col buio. Sparito. Mohammed è il buio che questa notte governa tutto l’edificio, e lo governa dalla notte dei tempi. La tenebra claustrofobica dell’ingresso, l’ombra negli angoli nascosti del cortile, le fauci di chi rosicchia semi di zucca e sputa i resti dalle ringhiere, il nero di tutte le stanze di notte. O forse, non proprio tutte.

Una luce tenue, forse un fiammifero, si accende da un punto della stanza. Un lieve miasmo di zolfo e poi arriva la zaffata di rancido e grasso, come di formaggio stagionato, fino a marcire dopo secoli tra pareti ammuffite.

Mi volto per cercare la fonte della luce. C’è, sdraiata sul pavimento, un’ombra massiccia che traballa come caramello sulla crema. Il Gran Formaggiaio è al lavoro. Ha un grembiule sporco, affetta liste di cacio in tavolette quadrate e sottili. La mannaia si abbatte sul formaggio, il tavolo sobbalza e alte pile di groviera, allineate sul tavolo, sono lì lì per crollare a ogni fendente.

Dietro il Gran Formaggiaio un chimico pelato, ha la pelle scura e la bocca coperta da una mascherina da dove guizza una cicatrice biforcuta. Versa polvere bianca dentro vasi di vetro dalla forma conica, senza mai riempirli. Sotto i guanti in lattice, dita scheletriche aggiungono detersivo che poi rimescola. Il chimico ripete l’azione e conta:

“Trecentotre, trecentoquattro, trecentocinque…”.

C’è una terza persona, il più massiccio dei tre. Ha la testa schiacciata come un’incudine sul collo. I capelli unti e lunghi, una parrucca di mediocre fattura. La faccia come Maradona, due seni spropositati sporgono da un maglioncino nero strizzato intorno al torace. Le sue dita sembrano fatte per sbriciolare macigni e scavare tombe. Nudo, dalla cintola in giù. Per le mani ha pezzi di carne strappati a corpi umani e animali mitologici. Mani che non sono quelle di un chirurgo. Materiale organico vario è sparso sul tavolo. Né disinfettanti, né medicamenti. Una sfilza di lame di tutte le fogge, dimensioni e funzioni sono appese al muro. Tintinnano e scintillano ogni volta che il Gran Formaggiaio vibra un fendente. Un allarme che scatta ogni secondo. Il transessuale divide membra da altri organi, recide e scarta i brandelli, categorizza per specie con un pennarello su etichette bianche. Poi li ripone con ordine su vasti scaffali dove la luce s’infrange debole e anima la parete come un museo anatomico che vegeta nei vasi di formaldeide.

Il Gran Formaggiaio pianta la mannaia su un tagliere, si asciuga le mani sul grembiule lordo e si dirige verso l’estremità di un tubo che corre lungo una parete e si perde nel buio. Le dita s’infilano nel cavo ed estraggono una capsula. Dentro la capsula, un foglio giallo e piegato.

“Colleghi,” annuncia. “Qualcuno da internet ci dedica un dannato blog: edificiomondo42”.
“Ottimo, che etichetta appiccico a questo maledido perro da spennare?”, domanda Maradona.
“Facciamo decidere a Mohammed”, propone il Gran Formaggiaio.

Il chimico si leva la mascherina, indica un antro chiuso da sbarre arruginte e sentenzia: “Quel merlo mettilo sotto ‘macinato di carne’. Niente organi al mercato, per lui. Ci penserà l’Orco.”

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3 Risposte to “Roomspotting / Parte II”

  1. Jack Says:

    hey ma ti hanno messo nel ripieno dei peperoni, alla fine?

  2. Luca Says:

    hai abbandonato la nave?

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