Indigestioni

Mi sento “unico”. unico perché nel braccio sinistro del corridoio dove abito, la composizione dei miniappartamenti è siffatta: coppia dello Sri Lanka con tanto di cartello anti perquisa, coppia di ragazza madre egiziana coca dipendente con figlio di 2 anni iperattivo, transessuale peruviana con larghe spalle da rugbista, e infine io, con non moltissimo da dichiarare o mostrare, se no l’amico di plastica Adolf, nano da giardino che fischia il suo apprezzamento appena entri in casa.


Uniche sono anche le mura. Pia diceva che la casa era un vecchio riformatorio per minorenni, quindi una prigione vera e propria. Osservare la struttura dei locali da una piantina, lo spessore delle pareti e la poca luce che può entrare da una finestra, fa pensare che Pia abbia dimenticato il suo ruolo mitico di cantore epica, guardiana di un edificio epico, che di epico ha soprattutto le proiezioni di chi non la vive, epico perché gonfiato dalle manie di grandezza di chi dentro invece davvero ci vive. L’idea e l’immagine che evoca è sublime, una rampa missilistica spaziale per chiunque viaggi low-cost con la mente fino a ingolfare check-in cerebrali.

Vedo le ombre lasciate sotto le piastrelle da sagome di ragazzi reclusi, ombre scomposte in texture, texture decifrate da piccoli e fitti caratteri infantili, lettere traballanti scritte da corpi piegati dall’onanismo sfrenato su quaderni consegnati con la frusta da una maestra colonnello e macchiati di tutti i liquidi corporei. e poi i loro ricordi raggrumati nell’intonaco delle pareti o riflesse nei vetri delle finestre, e disciolti dietro clessidre immaginarie in fantasmi di sabbia diventati blatte che si nutrono dei resti di chi rimane e occupa le stanze.

Le mura sono delle barriere che ovattano i suoni, li attutiscono e l’ingoiano, ma non li fermano, li deglutiscono, li assorbono e li registrano. è così che va. sono pareti che ospitano immaginari organismi viventi. Lo potrei chiamare “l’impianto digerente sonoro” oppure “l’internet dei boli acustici”. C’è una diffusa rete di laringi che percorrono e s’intrecciano come mille sinapsi tubolari e fameliche le pareti dell’edificio mondo. dove i suoni finiscano, chi muova i boschi di lingue all’interno dei tubi, dove sia nascosto il flauto e l’incantatore di serpenti che tutte le tracce acustiche divorano, nessuno lo sa. non nella cantina tombale, unico posto dove la muffa scricchiolante è il solo e percettibile suono udibile. non dentro la galleria d’arte, deposito più che fucina d’artisti. non tra i transistor dei server di edizioni shake. forse tra i volti nascosti dietro le effigi della guerra mondiale. nella tomba di un inquilino murato, di un partigiano guerriero che mai davvero immobile è stato.

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