Lassù, in alto

Ci sono posti che spaventano appena te li descrivono. Luoghi veri e al contempo immaginari, spalmati con patine di mistero tanto melmose, che hai paura di avvicinarti per non scivolarci dentro. I posti che servono a tenerti alla larga da qualcosa che qualcuno reputa pericoloso. Come la cantina del “BauBau” o il “tombino di Satana” (i nomi dipendono dagli amici di cortile che vi siete fatti) che ti inculcano di evitare come la peste, quando sei piccolo, forse solo per non farti male, o per non farti allontanare.

Poi ci sono luoghi paurosi davvero.

Ci sono gli scantinati delle vecchie case come questa, infossati come tombe con radici mozzate, dove la prima sensazione è quella di essere capitato in un pertugio infestato da spettri, mummie ed esseri striscianti che d’un tratto potrebbero schiudere gli occhi luminosi, come creature degli abissi, e fissarti con le loro lampadine accese che nell’abbaglio nascondono fauci e artigli. Alla fine può prevalere la paura di venire assassinato e seppellito direttamente nell’unico luogo dove i tuoi non verrebbero a celebrarti il funerale. Ma l’odore della muffa pungente fa diventare la morte un dato di fatto. Ti sembra all’improvviso di trovarti in una catacomba affollata di bare, sarcofaghi e cadaveri. E dopo il primo spavento, l’immaginazione si rimette il guinzaglio e ti senti in pace come in chiesa.


Oggi però non parlerò di questi luoghi.
Stasera descriverò una categoria di luoghi peggiori: le stanze apparentemente “morte”, i nascondigli segreti. Quegli angoli sinistri dove la presenza non è una sola reminiscenza da film horror o da invasato di sedute spiritiche. Lì c’è vita umana e subumana.

Abbandonata e buia, in questo stabile si trova un monolocale abbandonato che non è mai stata chiuso a chiave e dove qualcuno, periodicamente, ritorna.

Oggi l’ho vista volta per la prima volta: è in alto, all’ultimo piano della prima stecca.
Con me, davanti a me, prima di chiudere forse per l’ultima volta il monolocale, un gruppo di 4 o 5 carabinieri, che stavano per scortare fuori da Viale Bligny 42, in una delle 4 volanti parcheggiate, un ragazzo italiano, faccia da sberle.

Ecco il prequel della scena dell’arresto: Torno dal lavoro verso casa, dove un’amica curiosa mi aspetta mentre fissa il quadro dei campanelli di Viale Bligny esplosi, anneriti o spaccati di proposito. A 20 metri di distanza noto quattro sagome d’auto nere dei Carabinieri, parcheggiate davanti all’entrata.

Assassinio, stupro, suicidio del tossico di turno, party latino con overdose annessa. Niente di tutto questo. Dalla calca di forze dell’ordine, sembrava una strage di massa.
“Quando venite qui, sempre rinforzi chiamate”. Fa un ragazzo egiziano al carabiniere di fianco.
Lui lo fissa giusto il tempo per congelargli le budella e la voglia di fare lo spiritoso.

Una semplice rapina a mano armata. Il colpevole è un giovanotto italiano che in Viale Bligny nemmeno ci abita. Tra le volanti nere strisciate di rosso c’è un taxi. Pia mi dice che lui è quello che hanno derubato.

A un isolato di distanza dal nascondiglio, il taxista è in sosta che aspetta il cliente in ascensore. Legge il giornale quando sente qualcosa di molto duro ticchettare sul vetro. La guarda, si spaventa. Capisce dalla faccia guardinga di chi impugna l’arma che deve sborsare in fretta. Abbassa il finestrino e cede la refurtiva.

Da distanza di sicurezza, il taxista comincia a seguire il ladro. Finchè lo vede entrare in Viale Bligny 42.

Qui entra in scena Pia.
Pia si deve sorbire il taxista agitatissimo, che con un cellulare in mano l’avvisa che stanno arrivando i rinforzi armati, nelle loro alfa romeo rombanti.

L’insetto viene stanato in un batter d’occhio, ma del portafoglio, nessuna traccia.
La cosa più importante, lo stato del monolocale, passa in secondo piano. Serrato, spalancato, aperto a sedute di spaccio e stoccaggio di armi battereologiche? Un mistero. I Carabinieri si portano via le chiavi e non si guardano indietro.

Io invece lo guardo, ma nessuno osa entrarci. Almeno ora.

Quando chiedo a Pia cosa fosse successo, lei impreca.
“Maledetta porta, non me la vogliono far chiudere”.
Dall’alto della sua doppia cicatrice che corre come un collier bianco intorno alle clavicole, Pia sgrana i suoi occhi da madre preoccupata e di capobranco invecchiato.

Le chiedo perché non gliela vogliono far chiudere.

“E’ una lunga storia”, risponde.

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