Respiro

agosto 26, 2009

neck

Sapere che si trova lì mi lascia senza fiato. Era piccolo, un grumo duro come un calcolo che spuntava sul collo di mia madre, all’altezza della tiroide. Irregolare, una rosa sbocciata coi petali taglienti. Tanti anni fa, forse dieci, lei cercò di toglierselo di dosso. Le rimase una cicatrice, come quella che il sanaporcelle lascia sulle scrofe, dopo aver gettato le loro ovaie ai cani affamati. Adesso il grumo è sparito, e con esso, mia madre. Stamattina però è tornato di colpo, e sta di nuovo là, nello stesso posto, su di me, per l’ultima visita in famiglia.

È meglio non farci caso, pensare che è un’allucinazione mattutina, come quando ne fai troppa nella tazza e le tracce rimaste sul fondo diventano una specie di segnale in codice proveniente dalle fogne. “Veniamo a prenderti”. L’ultimo messaggio era pressappoco questo. E in effetti mi sento già in ostaggio di una banda di stronzi, grandi e pervertiti, tendenti al marroncino. Forse una tazza di latte gonfia di cereali cambierà la situazione, sposterà il bolo verso un altro punto del corpo, della stanza, dell’edificio. Possibilmente verso il tetto, in pasto ai corvi, scambiato per uno scarafaggio sviluppato.
Ritorno in bagno, accendo la luce, lo specchio mi restituisce quello che volevo. Me stesso, senza tumore sulla giugolare.

Astrologia e caffeina

agosto 25, 2009

ricomincio1

Un altro tentativo prima di scendere dal letto e mettere su il caffè. Un’altra prova che va vuoto.
Sono ancora sdraiato, in orbita tra lenzuola che sembrano più lunghe degli anelli di Saturno. Non vedo via d’uscita tra il bianco del mio letto che nel buio della stanza riluce un opaco bagliore, proveniente da sotto la porta. Sento il mio corpo palpitare, gettare effluvi di sudore e tossine. Immagino sotto la mia schiena lucida, sul materasso, tante sindoni impresse dai liquidi corporei danzare al ritmo delle mie pulsazioni.
La luce sotto la finestra scorre sottile come una lama in cerca di gole, odora di pesce, birra e spazzatura lasciata marcire da giorni sul pianerottolo. Immagino tante piccole figure danzare dentro quella luce, farsi una doccia di miasmi nauseabondi e proiettare le loro ombre in movimento sulle mie lenzuola. Ora ballano, ora sollevano bottiglie di birra a semiarco nell’aria, gozzovigliano e versano liquami neri nei loro gargarozzi assetati.
La mia vicina di appartamento chiude così la sua notte di lavoro, corrispondente all’inizio del mio giorno che non vedrò dalle mie pupille, ma attraverso un velo di bianco torpore.
Mi alzo, lo faccio sul serio. Non sopporto l’idea che ballerini tarchiati, affamati d’ombra e sudore altrui mi si attorciglino lungo gli arti, risucchiando le mie ultime forze. Resta solo la volontà di alzarmi. Prima che lo faccia il mio istinto omicida.
Delle leggere vibrazioni serpeggiano da sotto la porta e si sparpagliano nella stanza quando spalanco la finestra e mando un sonoro “vaffanculo” al freddo mattino primaverile. Sbaglio direzione, dovevo farlo dal verso della porta, dopo averla aperta: ruotare a ore 2 e, attraversato il pianerottolo per un metro appena, bussare alla porta della vicina. Poi urlare: “Affanculo puttana!” Ma il verso mi esce come catarro, prima del dovuto. Sicché credo di non avere le energie per ripeterlo. L’insulto non arriva né mai verrà ascoltato dall’alacre vicina di casa. Come una nuvoletta di vapore che si congela nell’aria fredda. Non avevo mai assistito a un festino in dialetto peruviano, tantomeno avevo mai avuto l’onore di trovarmelo nel monolocale di fianco. Il mal di testa mi esce con una lacrima rossa dagli occhi, quando sento qualcosa di turgido, granuloso, spuntarmi sotto la mandibola, all’attaccatura con il muscolo collo.

la nuvola del 42

gennaio 26, 2009

Edificio Mondo 42

Via, Via. Vieni via cone me

gennaio 7, 2009

i condòmini sbattono le tovaglie, sventolano le vesti, svuotano le tasche e i cassetti. tutti affacciati alle finestre. la roba scende in cortile, 660 chili, il 900% di più dell’anno scorso. lo dice anche la tv, il giornale ed emilio fido. cade a fiocchi, non è mica neve. ma è bianca, bianca, bianca. “però guarda che non è neve”. gli acquirenti del bar latino americano accorrono e si riparano sotto gli archi. come spaventati di questa pioggia dalle proporzioni bibliche. e quando ti aspetteresti che alzino il mento, aprano la bocca per ingoiare tutto, questi si stringono nelle spalle, infreddoliti e scoprono che è acqua.

milano, 1985

milano, 1985

oggi è scesa tutta nel cortile. pia ordina al “pulitore” di aprire un varco in cortile. come mosè, solo uno, per far transitare il popolo. dall’entrata fino alla porta che dà alla galleria. riempio quello spazio con la mia auto nera. fuma sotto i chicchi scesi dalle finestre.

la mia auto è piena di tutti i ricordi, dei libri e degli oggetti che ho utilizzato in viale bligny. lo stretto indispensabile, neanche un mobile. sento anche io freddo, ma il trasloco da solo mette caldo, fa sudare.

mi guardano senza interesse. il vecchio travestito nel suo cappotto nero elegante mi guarda un attimo, passa sulla coltre bianca e i suoi piedi sprofondano. ammira la grattuggiata piovuta dall’alto e oltrepassa la galleria verso l’uscita. lo sguardo malinconico.
la grande puttana del Volo mi manda a quel paese, perché ho riempito l’unico spazio spalato. ha la voce da uomo ma è la gran femmina del palazzo. sempre in pelliccia, anche il cappello era un bell’animale. gli occhiali spessi, trasparenti, come i suoi collant. infine, mi saluta.

ripulisco casa. lascio il vecchio regalo, una tavola in legno per le sedute spiritiche. leggo su interniet che la cosa che tutti chiamano “neve” ha appena ucciso una persona in pieno centro, qua vicino. una tettoia troppo carica.

esco dal varco. pia mi fa gli auguri e mi chiede di non ricambiare. tutti gli egiziani glieli hanno già fatti per la Befana. “che coglioni”.

ride e mi bacia.

vado via.

Kid Power

novembre 6, 2008

Ieri qualcuno ha preso in braccio il bambino che abita nel mio corridoio. Non era sua madre. Era una ragazza italiana, quella che abitava là dentro prima degli attuali inquilini. L’ha preso in braccio, e l’ha portato giù per le scale. Arrivati in cortile sono partite strilla da linciaggio di piazza. Volavano urla, minacce violente ma anche disperate, come ai funerali dell’entroterra siciliano. Il gracidio delle tv sintonizzate su canali arabi e sudamericani si sono interrotti. Il bambino è stato strappato dalle braccia della ragazza dalla madre, che l’ha subito lasciato a terra per avventarsi contro di lei. Le hanno separate per evitare il peggio. Con un po’ di gentilezza brusca.
La madre è giovane, ha tanti amici coetanei nel palazzo. L’hanno presa e portata nel suo appartamento mentre non la finiva di urlare “ti ammazzo” nella sua e nella nostra lingua. La “rapitrice” è poi tornata per chiedere scusa, che non voleva portare via nessuno, ma solo rivedere la casa. Poi è arrivata anche la polizia. Ha chiesto chiarimenti, gentilmente e dopo 50 secondi secchi se n’è andata. Tutto ok.
Ci sono state diverse reazioni. Il travone che mi abita accanto se la rideva con le amichette peruviane. Proprio li prendeva “per culo”. I vicini del cortile di fronte urlavano “Terùn! Andate a lavorare!”. La signora anziana col grembiule e niente denti è venuta sta mattina a rimproverare scherzosamente il bambino, che nel frattempo se la rideva. C’è stato un via vai per tutto il pomeriggio e la sera. Alcuni sono venuti a pregare, e si sono sentite parole, note e armonie che qui dentro prima non avevo mai sentito. Era una preghiera che metteva tranquillità. Poi sono arrivati i più caciaroni: hanno cantato come noi cantiamo – o cantavamo noi – per togliere l’amarezza.

Roomspotting / Parte II

novembre 2, 2008

Una stiva morta, il pavimento scivoloso. Non vedo pareti né porte. Da qualche parte una banda di ratti si sta saziando con sostanze frolle. Forse budella. Forse il mio cervello che va in poltiglia. Il rumore delle loro fauci non mi esce dalle orecchie, vibra nei timpani e cola dentro, pece appiccicosa.

Dov’è Mohammed? Dov’è il cadavere che cammina? Leggi il seguito di questo post »

Roomspotting / Parte I

ottobre 17, 2008

Qui Falafel, dalla “stanza del non ritorno”. Sta succedendo una cosa assurda. Mi hanno catturato nel sonno o meno probabilmente, sono nel bel mezzo di un incubo. Adosso ho il pigiama con cui dormivo e una sola ciabatta. Mi sento come se un ferro da stiro grande come un motoscafo mi avesse premuto contro un materasso per ore.

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Indigestioni

ottobre 16, 2008

Mi sento “unico”. unico perché nel braccio sinistro del corridoio dove abito, la composizione dei miniappartamenti è siffatta: coppia dello Sri Lanka con tanto di cartello anti perquisa, coppia di ragazza madre egiziana coca dipendente con figlio di 2 anni iperattivo, transessuale peruviana con larghe spalle da rugbista, e infine io, con non moltissimo da dichiarare o mostrare, se no l’amico di plastica Adolf, nano da giardino che fischia il suo apprezzamento appena entri in casa.

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Anima, vattene

settembre 1, 2008

Arabi e sudamericani non sono mai andati d’accordo qui dentro. Nessun punto di contatto anche se esistono degli snodi dove non puoi evitare una certa forma di “aggancio”. Il cortile, il portone d’ingresso duro da smuovere come un macigno sepolcrale, e poi le scale. Qui loro non si guardano nemmeno in faccia. La presenza di pochissime famiglie peggiora la situazione. Quando c’erano bambini che aggiungevano gli schiamazzi alle voci che rimbalzano da stecca a stecca, capitava che i gruppi entrassero in contatto più o meno diretto. Ora, tutti questi giovani adulti africani, stanchi, smaniosi, clandestini con occupazioni più o meno illecite, al loro primo approdo italiano, hanno l’odore della carne rossa e frolla che aspetta la piastra bollente.

Gli arabi si incontrano sui ballatoi, parlottano e puntano gli occhi sul cortile. Commentano e sputano semi di zucca. Scendono come se ci fossero alberi che perdono le foglie secche. I sudamericani preferiscono invece trovarsi nelle stanze, anche a notte fonda, ascoltare musica latina, cucinare in compagnia un piatto fritto, unto, puzzolente. Soprattutto adorano fare baccano. E ubriacarsi. Ma quando alzano quel gomito, lo fanno ridendo.

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Edificio Mondo confiscato

agosto 30, 2008

Con oggi è definitivo: grazie al provvedimento sicurezza del ministro Maroni, el Camerùn viene messo sotto sequestro dal vice sindaco e assessore alla sicurezza De Corato. Per una volta ho paura di tornare a casa.


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